C'è un territorio friulano, «[...] là dove / la lingua è ormai dialetto e tace / il dialetto, tra macchie d' alni e roveri, / annose rogge e assolati casali»(1), che ha avuto la reiterata sorte di entrare, con i suoi paesaggi, nella letteratura italiana. È avvenuto nell'Ottocento con Ippolito Nievo e nel Novecento con Pier Paolo Pasolini. Il territorio trova identificazione geografica, seppure approssimativa e parziale, nel vecchio mandamento di San Vito, lungo la riva destra del Tagliamento.Ma è necessario riflettere su un'altra sorte, assai meno particolare, ovvero su cosa resta del paesaggio della campagna, nel caso fonte di ispirazione letteraria. Radicali mutamenti d'uso delle risorse territoriali, compresi i modi di conduzione agricola, hanno attuato e attuano un processo di demolizione di ogni naturalità residua e del paesaggio rurale storico, che è anche banalizzazione dell'immagine del luogo, forte impoverimento di valori e distruzione di identità'(2). Così, a dispetto delle soglie temporali, il paesaggio nieviano di alcuni luoghi delle Confessioni è certamente più vicino al paesaggio che i romanzi e le poesie degli anni friulani di Pasolini rivelano, di quanto quest'ultimo paesaggio sia vicino alla realtà, oggi, riscontrabile. In altri termini il paesaggio attuale è più lontano, nella diversità, dal paesaggio degli anni Quaranta-Cinquanta di questo secolo, di quanto il paesaggio della metà dell'Ottocento lo sia da quello della metà del Novecento, nonostante la scomparsa dell'imponente partitura paesaggistico-rurale dell' "aratorio arborato vitato"(3) e tutte le modificazioni apportate dal trascorrere di un secolo. Già sul finire degli anni Sessanta Pasolini avvertiva, con intenso amor loci, la radicalità delle trasformazioni: «Ciò che è andato veramente perduto sia nella Casarsa della realtà che nella Casarsa dei sogni sono le rogge. E queste le rimpiangerò tutta la vita [...]. Le rogge sono cose di un tempo, anteriori alla trasformazione capitalistica e cioè perdute nei secoli dell'epoca contadina, senza soluzioni di continuità cori le selve romanze, con le invasioni dei barbari, con la chiesa di Cristo. Ora tutto ciò è finito, in una rapida evoluzione, di cui ci vantiamo. E tuttavia non vogliamo, ancora, arrenderci a dimenticare»(4). Proprio la non rassegnazione è la matrice di un'esperienza progettuale e operativa per ricostruire un paesaggio perduto. Nel 1988, in occasione di un altro convegno dell'Istituto dì Urbanistica e Pianificazione dell'Università dì Udine, ho fatto un resoconto di questo lavoro nella sua fase iniziale(5). Ricordo quell'esperienza, qui, per la stretta congruità con il tema di queste giornate d'incontro. Nel caso la connotazione del luogo non è direttamente letteraria, ma storica, per la presenza di un antico cimitero ebraico silvano e per la coincidenza con il sito di un bosco scomparso della comunità di San Vito. I lavori dal 1988 sono proseguiti. II bosco è ritornato dov'era un tempo, seppure in maniera simbolica per l'esiguità dell'area, e un terreno coltivato è stato trasformato in una lanca di acqua risorgiva. Questo "erbario vivente" della flora spontanea che è appartenuta ai luoghi è già abitato dagli uccelli e da altre creature selvatiche. Si tratta di un atto minuscolo, ma che concretamente vuole opporsi a un processo di distruzione che omologa e banalizza. Nel paesaggio del piccolo territorio friulano, legato a Nievo e a Pasolini, l'acqua ha un ruolo essenziale e caratterizzante. Può trattarsi del grande fiume ghiaioso, il Tagliamento, o del magico affiorare di acque sorgive che è all'origine del sistema idrografico del Lemene e del Reghena, suo tributario (6). Con la semplificazione conseguita alle trasformazioni sono scomparsi anche molti nomi di luoghi, non di rado legati a queste acque o alla vegetazione che cresce in prossimità dell'acqua. Fino a un passato recente ogni angolo di territorio possedeva un nome, anche un piccolo arativo o un ritaglio di prato(7). Erano nomi suggestivi, talora con un immediato contenuto descrittivo, oppure arcani nella derivazione da antiche lingue estinte o, ancora, evocativi di accadimentí e dì "personaggi" umani e animali. Questa "microtoponomastica", che probabilmente Pasolini amava e indagava, poteva sussistere nella vita quotidiana solo per la complessità e varietà del paesaggio rurale. Oggi i luoghi mutati si assomigliano troppo per avere ancora un nome. La campagna era disegnata da corsi d'acqua chìusi da gallerie arboree, praterie seminaturali e prati da sfalcio, alle sorgive cinte da ontani, boschetti di farnie e carpini bianchi (relitti dell'antica foresta padana), coltivi variegati e delimitati da sistemi di siepi, vigneti e filari di gelsi. Questo assetto aveva un forte "contrappunto" di flora e di paesaggio nelle isole golenali boscate, nelle spiaggette sabbiose, nelle distese di ghiaia e nella prateria magredile del Tagliamento. Ma anche il Tagliamento, ultimo grande caposaldo di naturalità della pianura friulana, è diventato luogo di demolizione, terra di nessuno per ogni abuso. Basti pensare che è attualmente in atto, con un unico "piano", l'escavazione di dieci milioni di metri cubi di ghiaia e sabbia, un volume difficile da immaginare. Nel contempo si proclama e si finge di considerare parco regionale il letto del grande fiume. «II Tilimint imens tra i mons e il seil / al disgota tra i claps un fil di aga» (Il Tagliamento immenso tra i monti e il cielo / sgocciola tra i sassi un filo d'acqua). La «blanca grava» (bianca ghiaia) fa da scenario a un altro misfatto, antico, in una poesia di Pasolini, pubblicata sul primo numero de «Il Stroligut» (8). Il fiume compare ripetutamente nel Sogno di una cosa, anche nella nostalgia del Nini, finito a Fiume, al di là del mare: «A Rosa venivano ragazzi di tutti i paesi, Casarsa, San Giovanni, Gleris e San Vito, perché del Tagliamento, quello era il posto più bello; l'acqua, benché verde e profonda, era così limpida che si vedevano nel fondo i sassolini di ghiaia lucente»(9). In Amado mio il Tagliamento appare nella diversità delle luci del giorno(10); è anche raccontato il mutare del paesaggio nel varcare l'argine e nell'approssimarsi al greto: coltivi, «campi di granoturco», «girasoli bagnati di guazza»(11), gelsi, erbe e boschetti. Nel romanzo il fiume è il luogo dominante. «Otto di sera in agosto lungo il Tagliamento! II dopocena è solo profumo di fieno e d'erbarossa. Gli uccelli diurni sono scomparsi e l'assiolo comincia ad assillare l'aria di seta tiepida con il suo canto di testa» (12). L'assiolo (13) non canta più al Tagliamento. La campagna, soprattutto casarsese, è fortemente presente nelle poesie degli anni Quaranta e, tra i romanzi degli anni friulani, è forse Atti impuri a offrire più immagini di quel paesaggio. Nel romanzo i paesi cambiano nome: Casarsa è Castiglione, San Vito è San Quirino, San Giovanni è San Pietro e Versutta, luogo principale della vicenda, è Viluta. Tuttavia la descrizione è precisa, tanto da poter ritrovare una casa, un cortile, un orto o, addirittura, i resti di una vecchia siepe, là dove li indica il testo. In Atti impuri il paesaggio è indagato nel cambiamento dei colori, e delle stagioni e nel trascorrere delle ore del giorno. Ci sono anche paesaggi di odori e di suoni: «[...] riconoscevo gli odori serali del fumo, della polenta e del gelo; riconoscevo le inflessioni della lingua, le sue vocali aperte, le sue sibilanti che giungevano, in un attimo di strana lucidità, a sfiorare il senso segreto, inesprimibile, nascosto in tutto quel mondo»(14). E c'è anche un paesaggio della domenica: «Quando il primo sole veniva a battere acerbo sulle campagne, sulle soglie delle case, il cui pavimento di mattoni rossi risplendeva per le pulizie del Sabato sera, e sui cortili accuratamente spazzati dove non restava più un filo di paglia o una canna fradicia, tutto il paesaggio pareva improvvisamente riverberare dì colorì speciali. più intensi e tersi del solito: erano i colori della Domenica»(15). Per agevolare una visitazione dei luoghi e una rîvisitazione dell'opera attraverso i luoghi, l'Archivio Pasolini di Casarsa(16) intende procedere all'individuazione nel territorio comunale di un "Itinerario pasoliniano". Mì sembra, però, riduttivo esaurire questo significativo lavoro nella pubblicazione di una guida e nella collocazione di alcuni cartelli dalla presenza più o meno discreta. È molto difficile indicare senza banalità o, peggio, volgarità e forse al visitatore non "interessano" immagini di degrado, abbandono o marcata mutazione. Bisogna andare oltre. I luoghi legati all'opera e alla vita di un poeta, in forza di questo stesso significato e dell'interesse che possono suscitare, sono, nel caso, uno straordinario motore potenziale per intraprendere la strada della riqualificazione dell'ambiente e del paesaggio. Ci sono almeno due luoghi dai quali si potrebbe cominciare: il Casèl e li Fondis, entrambi nel Comune di Casarsa e luoghi letterari di Atti impuri. L'area del Casèl o Casello è un ampio appezzamento di coltivi chiuso parzialmente sullo sfondo da una cortina di sieponi; corrisponde alla campagna che nel 1944 Pasolini vedeva, oltre la strada, dal ballatoio della casa di Versutta. L'accesso ai campi allora avveniva attraverso un prato con filari appaiati di alberi da frutta: «[...] il brolo di peschi, mandorli e meli; in mezzo al brolo correva lo stradone erboso lungo il quale í F. passavano con le bestie per andare nei campi» (17). Poco più oltre si trovano, oggi, i resti di una piccola e semplice costruzione campestre, probabilmente edificata come ricovero di attrezzi agricoli, il Casello: «[...] la campagna dei F., che al di là della strada palpitante sotto la luna si stendeva fino al boschetto di pioppi, pallida, nitida, incisa, coi suoi lunghi solchi di grano già alto, e in mezzo il casello e i due pini, neri contro il cielo»(18). Pasolini in quei giorni di guerra faceva scuola ai ragazzi di Versutta nella casa che lo ospitava e nel luogo del Casel. Così è anche per il protagonista del romanzo rifugiato a Viluta: «Quando venne la bella stagione (erano gli ultimi di Marzo: ho davanti agli occhi i peschi e i mandorli degli S. che reggevano il loro scarlatto e il loro candore sul verde appena visibile) andammo a far scuola in quel casello tra i campi di cui ho già parlato. Era molto piccolo e ci si stava appena; ma spesso uscivamo sul prato e ci sedevamo sotto i due enormi pini sfiorati dal vento»(19). È rimasto solo uno dei due pini neri, un vetusto esemplare; l'altro, rinsecchito, è stato abbattuto. Al casello è crollato il tetto. Oggi è un rudere ricoperto dall'edera, che compete con una pianta di fico. II sito del Casèl nelle giornate terse può diventare uno straordinario "osservatorio" rivolto alla «linea dei monti »(20), il profilo del Nord. Le montagne all'orizzonte sono ripetutamente e mirabilmente raccontate nelle pagine di Pasolini come in grandi dipinti, ma sono anche il luogo del non ritorno del fratello Guido, partigiano assassinato da partigiani, e luogo mentale dell'angoscia di una madre. L'altro sito qui proposto per un primo intervento di "ricomposizione" paesaggistica è li Fondis. Era una cava di inerti ai piedi della scarpata ferroviaria della linea Treviso-Udine, probabilmente dovuta alla costruzione della via ferrata e riempitasi di acqua sorgiva. Compare anche in Atti impuri: «[...] presso la ferrovia oltre il borgo dei Secchi, sulle sponde di uno stagno chiamato Sorgive»(21). Sulle sue rive c'era il Pràt dal Gialùt (Prato del Galletto)(22). Nella realtà il prato era luogo di giochi di ragazzi e di favoleggiamento. C'è chi ricorda gli intrattenimenti di racconti, leggende e poesie, soprattutto in friulano, dalla voce del giovane Pasolini o del maestro Riccardo Castellani, che scriveva su «Stroligut». II Pràt dal Gialùt («[...] seduto con il mio Tommaseo o con il mio Tasso su un bellissimo prato, cinto da un filare di viti e da un fosso stracarico di piante»)(23) resta, pur trasformato in vigna, ancora un bel luogo, come parte del perimetro de li Fondis, con un vecchio esemplare di gelso e lunghe sequenze di sieponi. «L'Estate compiva lì i suoi miracoli: compilava luci lampanti sulla superficie delle vette degli alberi, luci morbide, intense e preziose, mentre sotto, contro i vuoti e gli intrichi della roggia, faceva scorrere nitide muraglie d'ombra, inanellate d'oro. Migliaia d'uccelli cantavano [...]»(24). II "grande" specchio d'acqua de li Fondis, dove Pasolini suscitava diffusa ammirazione come abilissimo nuotatore(25) e dove si reca nella stagione dei bagni il protagonista del romanzo, non c'è più. La sua forma, quasi a mezza luna, è ben visibile in una foto aerea della Luftwaffe, scattata a alta quota nell'autunno del 1943 (26). Negli anni Settanta la cavità d'acqua è diventata una discarica di materiali di demolizione e immondizie, tardivamente chiusa. La poca acqua rimasta è oggi maleodorante per gli scarichi fognari di alcuni condomini sorti al di là della linea ferroviaria. Ma, con l'abbandono che ne è seguito, gli uccelli, il vento e forse i treni hanno seminato, sulla superficie che in passato occupava l'acqua, un fitto boschetto; così ora specie sfuggite da orti e giardini convivono con alberi e arbusti della flora spontanea del luogo. L'acqua e il prato, in maniera simbolica, potrebbero ritornare nella riconfigurazione di un attiguo arativo e altri interventi potrebbero aiutare il boschetto e le sue radure a prendere forma. È opportuno collegare li Fondis e il luogo del Casèl attraverso un percorso campestre pedonale e ciclabile, insistente sulla vecchia viabilità rurale. Anch'esso potrebbe essere occasione di riqualificazione del paesaggio. Questo percorso, inoltre, sbucherebbe in immediata vicinanza al luogo letterario della chiesetta di Versutta o, nel romanzo, di Viluta: «Davanti alla chiesa, su quel lenzuolo d'erba che anche d'inverno manteneva il suo colore, i ragazzi giocavano le loro irruenti partite di calcio»(27). La "piazzetta" di Versutta, nelle attuali condizioni, dovrebbe, come si dice nel gergo degli architetti, essere riattata, però mai con gli strumenti e i repertori dell' "arredo urbano". È «il prato verdissimo davanti alla facciata rosa della chiesa»(28) che dovrebbe ritornare. Il percorso di collegamento tra li Fondis e il Casèl e gli stessi siti, al di là della visitazione culturale, potrebbero essere usati ogni giorno; sarebbero strumenti di qualità, per il vivere quotidiano della gente del posto, molto di più di un generico "verde pubblico". È un punto di partenza per capire che il territorio può essere più vivibile e che le immagini autentiche di una tradizione (ad esempio le rogge, le siepi, quanto resta dell'architettura popolare contadina) sono elementi preziosi di identità, eredità da tenere e non solo resti fisici di una dura condizione passata da cancellare. A Casarsa e altrove nel piccolo territorio friulano qui considerato, nonostante le mutazioni radicali, c'è ancora una miriade di frammenti di paesaggio rurale storico, un tempo mirabilmente organizzato in unità paesistiche definite. Questi piccoli brani, però, possono essere capiti nella loro verità, conservati e ricomposti attraverso un nuovo rapporto con il territorio, rapporto che proprio nell'eredità dei luoghi di Pier Paolo Pasolini o di Ippolito Nievo trova forza. Non è un'extemporanea «Casarsa dei sogni». La proposta di muovere da Pasolini, per innescare nella comunità quell' "orgoglio del luogo" capace di contrapporsi alla demolizione del paesaggio, è già stata raccolta, con grande interesse, da alcune forze culturali casarsesi(29). Inoltre, a Sesto al Reghena (Friuli Occidentale), dopo anni di reiterati tentativi, ci sono ormai idee e condizioni per avviare un restauro ambientale e paesaggistico del luogo nieviano della Fontana di Venchiaredo(30). Ippolito Nievo, nelle Confessioni, di questa fonte campestre scrive: «Tra Cordovado e Venchiaredo, a un miglio dei due paesi, v'è una grande e limpida fontana che ha anche voce di contenere nella sua acqua molte qualità refrigeranti e salutari. Ma la ninfa della fontana non credette fidarsi unicamente alle virtù dell'acqua per adescare i devoti e si è recinta di un così bell'orizzonte di prati, di boschi e di cielo, e d'una ombra così ospitale di ontani e di saliceti che è in verità un recesso degno del pennello di Virgilio questo ove le piacque di porre sua stanza. Sentieruoli nascosti e serpeggianti, sussurrio di rigagnoli, chine dolci e muscose, nulla le manca tutto all'intorno. È proprio lo specchio di una maga, quell'acqua tersa cilestrina che zampillando insensibilmente da un fondo di minuta ghiaiuolina s'è alzata a raddoppiar nel suo grembo 1'immagine di una scena così pittoresca e pastorale. Son luoghi che fanno pensare agli abitatori dell'Eden prima del peccato; ed anche ci fanno pensare senza ribrezzo al peccato ora che non siamo più abitatori dell'Eden » (31). Per la riqualificazione del sito della fonte l'Amministrazione comunale di Sesto al Reghena ha acquistato due piccole porzioni di terreno agricolo a est e a ovest dell'ambito già di proprietà comunale. L'Amministrazione comunale di Cordovado (il luogo si trova a confine dei due Comuni) intende collaborare con un apporto concreto. È il testo letterario a offrire le indicazioni per la riconfigurazione del terreno acquisito e attualmente adibito a coltura agricola. Un appezzamento coltivato a mais può essere convertito simbolicamente nel prato e nel boschetto «di ontani e di saliceti» della descrizione nieviana. I «sentieruoli nascosti e serpeggianti» offrono suggestive indicazioni per nuovi percorsi. Sono indispensabili la soppressione dell'uso veicolare che attraversa l'ambito, con conseguente riconfigurazione esclusivamente pedonale dei percorsi, e un ponticello in legno per l'attraversamento della roggetta sorgiva, originata dalla fonte. A completamento degli interventi è prevista la collocazione agli ingressi, in maniera discreta, del testo nieviano e di una poesia del 1945 di Pier Paolo Pasolini(32), tenera rivisitazione del luogo letterario. La Fontana di Venchiaredo è, infatti, luogo nieviano e pasoliniano. Ritorna anche nei pensieri di Desi, protagonista di Amado mio: «la fontana di Venchiaredo, degna di Madame de Sévigné» (33). Questo riferimento a Marie Rabutin-Chantal, marchesa di Sévigné, uno dei personaggi, ma a posteriori, della letteratura francese del Seicento, può, forse, stupire; Madame era, però, un'amante della belle nature e una cultrice dell'arte del giardino(34). II luogo della fonte campestre ha subito negli anni Settanta un maldestro riatto, con l'introduzione di qualche arredo incongruo e l'eliminazione della vegetazione arbustiva. L'area, così assimilata a una confusa "immagine" di spazio verde pubblico, è caduta poi in abbandono. Si rilevano, oggi, non poche tracce di materiali abusivamente discaricati e una riconquista eccessiva di spazi da parte del rovo, dell'edera e di numerose piante pioniere. L'abbandono ha però favorito la ricucitura della ferita. Anche qui il vento, gli uccelli, gli alberi e gli arbusti rimasti hanno operato per la rinascita del "bosco". Si tratta ora di aiutare questo processo e di fare in modo che il visitatore trovi alcuni elementi del testo nieviano. Anche questa esperienza vuole essere un atto di non rassegnazione. Nel ricordo di un noto documentario di Pasolini, credo che per il piccolo territorio friulano considerato, nieviano e pasoliniano, «le mura di San'a» coincidano proprio con «le rogge». La comunicazione, organizzata in sede di convegno corne percorso visivo (immagini, anche d'epoca, del paesaggio e dei luoghi, cartografia storica, ad esempio dal repertorio di libri catastici dal Seicento all'Ottocento, foto aeree degli anni Quaranta, ecc.) è stata necessariamente convertita in un discorso non più vincolato a quella sequenza d'imrnagini, rna che mantiene identità di contenuti. Inoltre l'intenzione progettuale, espressa in quella sede, per il restauro paesaggistico del luogo nieviano della Fontana di 0enchiaredo si è concretizzata a pochi mesi dal convegno (si veda qui nota ,30). Altri aggiornamenti sono inseriti nelle note. Note: (1) Questi versi appartengono ad una poesia di Pier Paolo Pasolini dedicata nel 1959 alla pittura di Federico De Rocco, mio padre. Riporto qui il testo, premettendo la trascrizione del biglietto che accompagnava la poesia: «Caro Rico, l'introduzione te la mando, come vedi, in versi. Spero che la cosa non ti sia sgradita: anzi, spero che ti sia più gradita. Sono versi nati di getto, tra una pagina e l'altra del mio romanzo, a cui sto lavorando disperatamente. Ti abbraccio con tanto affetto, insieme ai tuoi. Pier Paolo Pasolini - Roma, 15 febbraio 1959». A De Rocco Il tuo colore: sogno d'una pura e squisita nazione, tono preesistente, che ai magici angoli della tua natura, margini d'una provincia muta e ardente muto e ardente, tu stendi - per tenace scelta o modesta onestà? - là dove la lingua è ormai dialetto, e tace il dialetto, tra macchie d'alni e roveri, annose rogge e assolati casali. La grazia è resa, umiltà la fatica, l'assoluto un intenso vibrare di fondali dietro le fresche immagini d'una vecchia vita. L'amicizia tra Pier Paolo Pasolini e Federico De Rocco trovava un terreno fecondo nel comune amore per il dipingere e per la storia dell'arte, con un girovagare assieme alla scoperta degli antichi frescanti delle chiesette friulane. Su Federico De Rocco maestro di pittura di Pasolini si veda: N. NALDINI, Pier Paolo Pasolini. Dipinti / Gemaltes, Der Prokurist, Wien-Lana 1991, pp. 12-13. Questo lavoro è importante anche per la conoscenza dei luoghi degli anni friulani, come, del resto, altri scritti dello stesso autore, ad esempio: ID., Pasolini, una vita, Einaudi, Torino 1989. (2) Ho ripreso questi temi, dopo il convegno, in un articolo sul paesaggio di risorgiva friulano: P. DE ROCCO, Paesaggi di acque sorgive. II grande sopruso in «Ricerca. Territorio e sviluppo» (rivista quadrimestrale del Consorzio per la Costituzione e lo Sviluppo degli Insegnamenti Universitari), Udine, II (maggio 1992), n. 4, pp. 41-44. (3) Sull'associazione dell'albero con la vite in questo contesto territoriale si veda P. DE ROCCO, La terra di San Vito nel Settecento. Paesaggio urbano e paesaggio rurale in AA. VV., Anton Lazzaro Moro. Contributi per una ricerca, Edizioni della Provincia di Pordenone, Maniago 1988, pp. 187-188. Un'eccezionale fonte coeva per l'immagine dell' "aratorio arborato vitato" è J. BLJRGER, Agricoltura del regno lombardo-veneto, Milano 1843; le descrizioni del Biirger sono riprese per una lettura del «paesaggio della coltura promiscua» in F. BIANCO (e altri), Società, economia e popolazione nel Monfalconese (secoli XV-XIX), edizioni Centro Culturale Pubblico Polivalente di Monfalcone, San Daniele del Friuli 1981, pp. 51, 52, 65. Per la consistenza di questa forma di coltura (superficie occupata per Comune nella prima metà dell'Ottocento) si veda G. SCARPA, L'agricoltura nel Veneto nella prima metà de] XIX secolo. L'utilizzazione del suolo, II.TE, Torino 1963. (4) Il brano è tratto dalla presentazione di Pasolini a una pubblicazione locale a carattere commemorativo e riguarda: AA. VV., Casarsa della Delizia. Cinquantenario della Cooperativa di Consurno 1919-1969, San Vito al Tagliamento 1970. (5) P. DE ROCCO, La rappresentazione del paesaggio attraverso la sua ricostruzione. Il caso del cirnitero ebraico del bosco della Man di Ferro nella pianura del Friuli occidentale, in A. PRATELLI (a cura di), La trasmissione delle idee dell'architettura, Atti del Convegno 29-30 settembre 1988, Udine/Spilimbergo, Istituto di Urbanistica e Pianificazione dell'Università di Udine, s.d., pp. 580-592; ID., Riqualificazione paesaggistica e naturalistica di un antico cimitero ebraico in «Acer» V (settembre/ottobre 1989), n. 5, pp. 15-17. (6) Sull'assetto di questo sistema idrografico si veda A. COMEL, La Bassa pianura del Friuli occidentale ,fra Tagliamento e Livenza e zone contermini, Udine 1950, pp. 31-33. (7) Cfr. P. DE ROCCO, La terra di San Vito... cit., p. 182. (8) Si tratta di un componimento poetico che evoca l'assassinio di Agostino, vescovo di Concordia. sulle ghiaie del Tatrliamento: P.P. PASOLINI, II Vescul di Concuardia nzuart ai XXII di Zzain dal MCCCXCII in «II Strolígut», n. 1, agosto 1445, p. 6. Per la vicenda storica si veda P. PASCHINI, Storia del Friuli. Dalla seconda metà del Duecento alla fine del Settecento, vol. II, Udine 1954, p. 252. (9) P.P. PASOLINI, II sogno di una cosa, Garzanti, Milano 1978, p. 47. (10) «Nella penombra dell'alba, il fiume si stendeva bianco come un immenso sudario. Le macchie dei cespugli si disegnavano trasparenti, l'acqua era di un verde cenere così terso e leggero che a due metri di profondità si distinguevano i colori dei sassolini. E in fondo ai greti, ecco, sul verde cenere, il rosa dell'alba» (P.P. PASOLIIVI, Amado mio preceduto da Atti impuri, Garzanti, Milano 1982, p. 17b). (11) Ibid. (12) Ibid., p. 134. (13) L'Assiolo (Otus scops), piccolo rapace notturno migratore, è un delicato indicatore ambientale. Il suo canto, ancora negli anni Sessanta era comune nelle notti estive in prossimità delle boschette del Tagliamento, ma anche nelle campagne e nei centri abitatí in presenza di grandi alberi. «Da alcuni decenni è praticamente assente come nidificante da buona parte dell'alta e bassa pianura, dove probabilmente ha risentito in modo diretto della scomparsa di vecchi alberi cavi, in cui è solito ricavare il nido, e dell'uso di prodotti chimici in agricoltura che colpiscono direttamente i macroinvertebratì notturni che rappresentano la fonte primaria di cibo per questa specie». (R. PARODI, Atlante degli uccelli nidifzcanti ira Provincia dì Pordenone, Friuli-Venezia Giulia, 1981-1986, Edizioni Museo Civico di Storia Naturale di Pordenone, Pordenone 1987, p. 41). (14) Atti impuri, pp. 39-40. Sì veda qui nota 10. (15) Ibid., P- 60. (16) Il costituendo, ma già operativo, Archivio Pasolìni presso la Biblioteca comunale di Casarsa della Delizia è diretto, con ancora pochi mezzi, ma con grande dedizione, dal dott. Paolo Garofalo, che ringrazio non solo per aver agevolato la consultazione di materiali, ma per essere stato tra i primi a condividere la mia proposta di far precedere la pubblicazione di una guida ai luoghi pasoliniani da azioni di conservazione concreta e di riqualificazione con gli strumenti dell'architettura del paesaggio.Ringrazio anche il sìndaco di Casarsa, dott. Angioletto Tubaro per il permesso di riprodurre alcune foto d'epoca e gli amici fotografi Gianenrico Vendramin e Giovanni Castellarin, cui si devono molte delle immagini che l'archivio conserva. Sono grato anche a Massimo Bettin, mio giovane amico e collaboratore professionale, per la pazienza nell'ascoltarmi e per un'affettuosa abilità filosofica nell'aiutarmi con le sue risposte. (17) Atti impuri, p. 75. (18) Ibid., p. 74-75. (19) Ibid., p. 30. (20) Ibid., p. 97. (21) Ibid., p. 48. (22) Le informazioni sul Pràt dal Gialùt, come sulle "affabulazioni" di Pasolini e Castellani sono, per testimonianza diretta, di Giovanni Castellarin di Casarsa della Delizia, cui sono grato per il tempo assieme trascorso a li Fondis e per il comune girovagare nelle campagne sulle tracce di un paesaggio perduto. Ovidio Colussi di Casarsa mi precisa che Gialùt era il soprannome dei proprietari del prato. (23) Atti impuri, p. 54. «[...] la bellezza di quel prato che tanto decantavo» (Ibid., p. 55). (24) Ibid., pp. 54-55. (25) Da un ricordo di Giovanni Castellarin. (26) La foto, conservata in una raccolta privata, mi è stata segnalata dall'amico Severino Danelon di San Vito al Tagliamento, che ringrazio. (27) Atti impuri, p. 71. (28) Ibid. (29) Una prima ipotesi di riqualificazione paesaggistica dei luoghi letterari pasoliniani della campagna casarsese è stata presentata nel corso della conferenza «Fonti storiche inedite per la conoscenza del paesaggio locale» (Paolo De Rocco), Casarsa della Delizia, 22 febbraio 1991, CLD.LC. (30) Questa intenzione si è concretizzata nel periodo febbraio-maggio 1992. Grazie al lavoro di volontari e alla collaborazione tra le Amministrazioni di Sesto al Reghena e Cordovado il progetto è stato in gran parte attuato. È stata anche avviata una fattiva collaborazione con lo scrittore Stanislao Nievo e la Fondazione «Ippolito Nievo». Questo luogo ora partecipa al disegno di un "Parco Letterario Ippolito Nievo", che, ripercorrendo i luoghi dell'ispirazione letteraria di Ippolito, da Colloredo di Monte Albano intende raggiungere il mare. Inoltre una mia proposta per un "Parco comprensoriale degli ambiti nieviani" tra Sesto e Cordovado si trova in L. PADOVESE, R. CARNIELLO, P. DE ROCCO, C. FURLAN, Studio per una valorizzazione integrata delle valenze storiche, culturali e ambientali di Sesto al Reghena, al fine di promuoverne la conservazione ed un ade-guato utilizzo turistico, Provincia di Pordenone, giugno 1988, pp. 59-62; lo stesso studio ha avuto edizione a stampa: AA. VV., Sesto e il suo territorio. 11 problenm della valorizzazione del patrimonio storico, artistico e ambientale, Concordia Sette, Pordenone 1992, pp. 20-21. Ulteriori occasioni di approfondimento sono state le redazioni dei progetti per i "Parchi urbani" (L. R. 39/'86, Regione Autonoma FriuliVenezia-Giulia) di Sesto al Reghena, 1988-89 (arch. Maria Costanza del Fabro) e di Cordovado, 1989-90 (arch. Paolo De Rocco). (31) I. NIEVO, Opere, a cura di S. Romagnoli, Ricciardi, Milano-Napoli 1952, p. 134. (32) La poesia, di seguito riportata, appartiene alla raccolta Diarii (P.P. PASOLINI, Diar-ii, Casarsa della Delizia-San Vito al Tagliamento 1945). Limpida fontana di Venchiaredo, acque modeste, tenerissimi legni, oggi a vent'anni, io vi vedo, ed ascolto, col vecchio murmure indifferente. Ai miei piedi, nel basso prato, l'acqua rampolla, e lenta fugge; e interminabile ricompone il suo canto più lontano. A me quell'onda canta; ma precluso dalla sua interna gioia e il fresco riso, mi tormento a mirarla, ed ecco, immagino celesti giovanette, antichi giuochi, e risa e voci... Ma certo non è questo che si cela, vicino, in spazii ignoti e ricanta impassibile quell'acqua. (33) Anzado znio, p. 133. (34) Madame de Sévigné, con il suo paziente giardiniere Pilois lavorò alla forma del parco di Les Rochers (Bretagna). Ad esempio, in una lettera del 28 ottobre del 1671 Madame scriveva: «Je ne sais pas ce que vous aoez fait ce matin; pour moi, je me suis mise dazts la rosee juqu'à nzi jambes pour prezzdre des alignerrzents; je fais des allées de retour tout autour de mon parc, qui seront d'une grande beauté; si mort fils aizne les bois et les pz-omertades, il bénira bien ma zzaémoire» (Lettres de madazne de Sévigrzé avec les notes des tous les comznentateurs, Lefèbre, Paris 1843, tomo I, p. 383). Una planimetria settecentesca di questo parco è conservata nel castello di Les Rochers, a Vitré. Oggi, nel luogo del vecchio parco di Madame, solo alcuni sen-tieri possono evocare le antiche allées, segni che sono come fantasmi.
Tratto da : Quaderni Casarsesi - n.2 maggio 1994 Ci.D.I.C. |