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Titolo: L' "Acqua del Lin", già "Roggia dei Molini"
Data: 13/04/2004 Autore: marangoni.danelon [cidic]
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L' "Acqua del Lin", già "Roggia dei Molini"

Allo stormo di Aironi che abbiamo incrociato sulla strada della nostra escursione.
Risalendo con la memoria all’enciclopedico Achille Tellini (1866 – 1938, naturalista, geologo, folclorista, esperantista e saggista), alla sua catalogazione geografica, ricordiamo come ci sono fiumi che iniziano là dove li si attende (tra le valli alpine o a cavallo della linea delle risultive), e che sfociano in un alveo più grande (il Fella ad esempio), oppure in mare. A nessuno di questi canonici corsi l’“Acqua del Lin” appartiene. Sgorga tra le colline mioceniche e fluisce lungo un percorso in cui cambia molte volte nome, si sfila dunque, fa perdere le tracce, non diviene un altro fiume né muore in mare. Come all’improvviso si era mostrato, così ad un certo punto si ritrae, quasi assumendo la forma magica di una rapsodia naturale. L’”Acqua del Lin” ha origine a nord di Lestans, Comune di Sequals; qui si chiama “Roggia” e onora il luogo d’origine col toponimo “di Lestans”. Discende per Vacile, Istrago, Tauriano, Barbeano, Provesano, Pozzo, Aurava, Arzenutto, Valvasone, San Lorenzo e quindi per Casarsa della Delizia, dove in località Sèdulis, nei pressi di un primo “partidor” si divide in due rami (l’”Acqua del Lin” e “Roggia Beverella”) e di un secondo “partidor” in ulteriori due rami (“Roggia Baidessa” e “Roggia di Villotta”).


E’ nota la grande dipendenza che intercorre fra presenza d’acqua e sviluppo vegetativo. E chi per tanto volesse cogliere appieno l’anima complessiva del paesaggio fluviale che stiamo considerando, si soffermerà con maggiore attenzione dove quella “dipendenza” d’acque e flore più si manifesta: dove, come nel casarsese, il corso fluviale si accompagna alle grandi quinte arboree, che si intrecciano a strati arbustivi a volte molto compatti. Nel casarsese seguiamo dunque, lungo lo snodarsi della “Roggia dei Molini” e poi dell’”Acqua del Lin” almeno tre netti paesaggi. A nord della S.S. Pontebbana la roggia fluisce col suo tipico andamento sinuoso, ha un suono gaio, così lo si apprende in località Miris’cis, come un “chiacchiericcio”, che a volte si impenna per un saltello, o si acquieta trovando un più liscio fondo di ciottoli e pietruzze. Gli argini sono abbelliti dagli Olmi (Ulmus minor), che in certi tratti si estendono sotto forma di filari continui. A questi sovente si accompagna l’Acero campestre (Acer campestre), mentre gli arbusti sono rappresentati dalla Sanguinella (Cornus sanguinea), dal Nocciolo (Corylus avellana), dal Ligustro (Ligustrum vulgare), dalla Berretta del prete (Euonymus europaea) e dalla Rosa selvatica (Rosa canina). Ad impreziosire le sponde della Roggia dei Molini concorre la presenza di sporadici Ornielli (Fraxinus ornus). Si tratta di un albero che raggiunge dimensioni di 8-12 m. con foglie composte da 5-9 foglioline, ovali, e con fiori in racemi terminali che compaiono contemporaneamente alle foglie. E’ una specie termofila e amante del secco. Altra sporadica presenza è quella del Nespolo (Mespilus germanica), albero che ha avuto un tempo i suoi giorni di celebrità. In origine, infatti, era molto comune ed apprezzato sia come albero da frutto che come pianta ornamentale. Tuttavia, i gusti cambiano e, oggigiorno, pochi penserebbero di mangiare un frutto che deve essere lasciato quasi marcire prima di essere appetitoso. Il Nespolo è un albero magnifico con chioma a parasole, splendido fogliame e meravigliosi fiori, di breve durata. Purtroppo il Nespolo inesorabilmente sta scomparendo. In località Miris’cis, la “Roggia dei Molini” è ancora stretta e in virtù di una accentuata pendenza del terreno, l’acqua scorre veloce impedendo alla vegetazione acquatica di manifestarsi. A sud dalla linea ferroviaria Venezia-Udine, quindi in corrispondenza della linea delle risultive, la “Roggia dei Molini” muta nome in “Acqua del Lin”. Qui l’acqua si fa più copiosa, più profonda e più lenta, la sua voce accarezza l’orecchio di chi ascolta, fluisce muovendo un fruscio di Spargani (Sparganium erectum), Carici (Carex s.pp.), Callitriche (Callitriche palustris) e Potamogeti (Potamogeton pectinatus), quei capelli di ninfa come li vide l’Autore del Varmo. L’Acqua si snoda tra file di Salici (Salix alba) a capitozza. La particolare potatura di questi alberi, che si ritrova anche a proposito di qualche Pioppo nero (Populus nigra) di questa zona, è segno della presenza della mano dell’uomo che coglie e valorizza la generosità e la duttilità della natura. Lo scenario che emerge è quello della cosiddetta “Civiltà contadina” e del ruolo per essa utilitaristico della natura. Tale ruolo non coincide con lo sfruttamento compulsivo dell’ambiente, tipico dei nostri giorni, ma ci rammemora il modo armonico in cui da un lato la natura si lascia coltivare, e dall’altro l’uomo, secondo l’ideale del georgos virgiliano, attende alle sue opere curando di non infrangere i limiti oggettivi dati. L’ultimo paesaggio appare in tutta la sua bellezza in località detta “Sèdulis”. Oltre agli aspetti naturali, questo sito spesso mette in luce reperti litici, frammenti di antiche ceramiche, mattoni, embrici romani, a testimonianza di una presenza umana continua nel tempo. Le rive dell’”Acqua del Lin” misurano ora tra loro la massima distanza, snodandosi strette tra file di Ontani (Alnus glutinosa) che, insieme a qualche Salice bianco, possono far pensare a degli alberi quasi acquatici, per il modo in cui cercano l’acqua esponendo alla corrente il volume delle radici. Le infiorescenze dell’Ontano, sia maschili che femminili, iniziano lo sviluppo in autunno per passare spoglie l’inverno; in particolare quelle femminili diventano legnose maturando, fino ad assumere l’aspetto di piccole pigne. Non è privo d’importanza, inoltre, notare la qualità estetica donata al paesaggio invernale dall’Ontano e dalla Farnia (Quercus robur), la cui struttura arborea spoglia sembra un disegno a matita o un’incisione a bulino nel cielo azzurro o bianco, come ci ha insegnato a vederlo il Maestro Tramontin, e che un tempo era lo scheletro del bosco planiziale. L’altezza notevole (raggiunge i 30 mt.), il ragguardevole diametro e l’incredibile longevità, fanno di questo albero il simbolo delle foreste planiziali. Non stupisce che molti popoli antichi lo ritenessero sacro, e che sotto le sue chiome esercitassero in modo solenne la giustizia. Potremmo terminare l’illustrazione della nostra rapsodia naturale, quale ci è apparsa fin dall’inizio l’”Acqua del Lin”, già “Roggia dei Molini”, con la Farnia se ciò non sembrasse un poco retorico. Ci piace da ultimo ricordare perciò una forma vegetale “minore”, ma per noi essenziale alla riuscita complessiva del paesaggio fluviale. Lo specimen di cui stiamo parlando è il Ranuncolo di fiume (Ranunculus trichophyllus) che nella primaverile foresta a galleria, creata dalla verde florescenza di alberi e arbusti, ingentilisce con il suo spruzzo di color bianco il gioco delle anse e delle sponde.
Tratto da : Quaderni Casarsesi - n.6 maggio 2000 Ci.D.I.C.

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