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Titolo: Il comunàl. Memorie di un tempo perduto
Data: 30/03/2004 Autore: eliana.castellarin [cidic]
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Il comunàl. Memorie di un tempo perduto

Al passante che si appresta a percorrere la strada che da Casarsa porta a San Vito, in località Comunale, l’imponente costruzione che, semi nascosta da un bosco antico, si erge tra la campagna, può sembrare un elemento acquisito del paesaggio, una testimonianza di vita trascorsa, un luogo appartenente ad un’ epoca ormai lontana.
E’ villa de Concina, un tempo dimora dei Conti de Concina, costruita verso la seconda metà del ‘700; la facciata verso la strada presenta un piccolo timpano al centro, che sostiene lo stemma di famiglia. L’estrema semplicità ed il biancore della costruzione contrasta con lo splendore del giardino interno, collegato al cortile della casa colonica che si apre verso la campagna pianeggiante. E qui, in questo luogo escluso allo sguardo, in passato, si alternarono le vicende di famiglie, uomini e donne di ogni età che all’epoca, seppur inconsapevolmente, diedero vita ad un mondo indipendente e nello stesso tempo parallelo a quello esistente all’esterno di quelle mura, il mondo cittadino di Casarsa.
Storicamente, a partire dal diciassettesimo secolo, iniziò nelle terre della nostra regione un processo di trasformazione agraria che vide l’affermarsi di una nuova proprietà fondiaria a carattere individuale che si affiancava alla nascente borghesia di derivazione cittadina, contemporaneamente avveniva in modo sempre più marcato la diversificazione contadina. Verso la fine dell’ ‘800 in particolare, ci furono notevoli modificazioni nell’ambito della vita economica e sociale del territorio; all’interno di un’ ampia evoluzione strutturale la popolazione subi una forte crescita, oltre ad una miglioria dei terreni e nelle coltivazioni che assunsero una distribuzione razionale; e in quest’ambito venne assunto ufficialmente il contratto di mezzadria tra il proprietario terriero ed i coloni. Nei primi cinquant’anni del ‘900, il Comunale aderì a questo particolare patto agrario al quale presero parte un gruppo di famiglie: Santarossa, Stefanel, Trevisan, Molinari e Valentinuzzi che si stabilirono nella casa colonica adiacente alla villa, mentre una sesta famiglia, quella dei Favot, occupò un casolare poco lontano dalla proprietà. Sebbene queste persone appartenessero a gruppi familiari diversi, lo scopo che li aveva portati in questo luogo contribui presto ad eliminare le distinzioni esistenti e a fare in modo che si creasse un’ unica grande famiglia di all’incirca un centinaio di persone. Le decisioni in ambito lavorativo e di organizzazione in generale della vita nel fondo venivano tuttavia concordate dai rispettivi capi famiglia, che avevano quindi il compito di pianificare le mansioni e strutturare il lavoro.


Al Comunale la produzione agricola comprendeva le colture di frumento, granoturco, cereali, vigna e foraggio per gli animali; inoltre c’era la possibilità per le famiglie di avere alcuni appezzamenti di terreno da adibire ad orto e di allevare animali da cortile, in particolare pollame, conigli e qualche maiale da destinare ad uso proprio. Gli animali quali buoi, mucche e cavalli utilizzati per il lavoro dei campi erano per metà di proprietà dei coloni, e spettava a loro il compito di nutrirli e curarli.
Il lavoro nei campi riguardava praticamente tutti gli individui, uomini e donne, cosi pure i bambini che sin da piccoli venivano indirizzati alle pratiche dell’ agricoltura. Alle donne in particolare venivano assegnate mansioni quali la fienagione, la raccolta dei prodotti e la coltivazione dell’orto, poiché era loro compito anche prendersi cura della casa e compiere tutte le pratiche inerenti all’ambito domestico: la pulizia delle varie stanze, cucinare, fare il bucato, confezionare abiti e calzature, provvedere alla cura dei figli. Poteva accadere a volte che la Contessa richiedesse la collaborazione di alcune donne per la pulizia della villa o per la preparazione di ricevimenti, in questo caso spettava alle giovani preparare la casa e servire gli ospiti. Tuttavia, per la maggior parte del tempo la Contessa era assente ed il rapporto che legava le famiglie al padrone veniva quindi mediato dalla figura del fattore, che si stabiliva con la propria famiglia poco lontano dalla casa padronale. Ben presto venne stabilita un’assidua e costante frequentazione fra quest’ultimo e le famiglie, poiché egli partecipava alla vita del fondo in veste di amministratore e molto spesso “sorvegliante”, affinché si potesse trarre il maggior beneficio dai terreni. Non è difficile immaginare che quello che doveva essere un rapporto di mutuo interesse e di pacifica convivenza in realtà, in particolari circostanze si rivelasse fonte di incomprensioni e di qualche scontro a livello verbale sui metodi di coltivazione dei campi. Inoltre il fattore era tenuto ad assistere agli eventi di raccolta e di pesatura dei prodotti agricoli. Tuttavia, quelli che potevano essere ostacoli insormontabili per la quieta convivenza tra fattore e contadini, in realtà venivano risolti con un po’ di buon senso e qualche concessione da entrambe le parti. Il lavoro veniva organizzato secondo i turni, sia quello prettamente agricolo nei campi che le mansioni domestiche tra le donne delle singole famiglie: in questo modo c’era una continua diversificazione dei compiti che rendeva meno pesante la quotidianità e permetteva a tutti di applicarsi in ogni settore lavorativo. In qualsiasi stagione, non erano previsti momenti di tempo libero durante la giornata poiché ogni attimo era scandito dal ritmo e dalle necessità del fondo; per questo motivo le ore che seguivano la cena venivano considerate come l’unico momento di riposo e di aggregazione quotidiana. La stalla era il luogo che accoglieva indistintamente tutti i componenti delle famiglie che successivamente si riunivano in gruppi; le due grandi divisioni che avvenivano erano tra uomini, che si dedicavano al gioco delle carte al dialogo e alle discussioni sui più svariati argomenti e le donne che invece si riunivano per dedicarsi al cucito, a lavori artigianali; il canto vedeva la partecipazione di tutti, inoltre i giovani, animati dallo spirito dell’età tendevano a stare distinti dagli anziani ormai rassegnati dalla saggezza degli anni. E proprio in questo luogo si realizzava in modo armonioso l’unione e la sintonia tra le varie famiglie; emergevano dalla compattezza di questo gruppo di persone l’uguaglianza, la solidarietà la genuinità della vita e la semplicità dello stare assieme.
In particolari occasioni inoltre c’era la possibilità di chiamare dei suonatori per allietare le serate e cosi le stanze della casa si trasformavano in sale da ballo dove i giovani potevano divertirsi e per un paio d’ore ci si dimenticava dei pensieri e delle fatiche della giornata e poi tutti nelle camere, forse l’unico luogo veramente intimo e personale di tutta la casa. La domenica tuttavia restava l’unico vero giorno di festa e di riposo che si faceva sentire già dal mattino tra le mura della casa colonica: qualche ora di sonno in più per tutti, gli abiti della festa pronti per essere indossati, il profumo di pietanze appetitose e diverse dagli altri giorni che si diffondeva tra le stanze. In quegli anni di lavoro e di tanti sacrifici la domenica, assieme a tutti gli altri giorni di festa dell’anno era particolarmente sentita ed aveva un’importanza caratteristica, ricca di rispetto e devozione che lo scorrere del tempo ha progressivamente eliminato. La gioia dei preparativi era soprattutto prerogativa delle donne, di qualsiasi età, che potevano dedicare le ore della sera alla creazione e al confezionamento di abiti e accessori per le loro famiglie. La messa domenicale, cosi come gli altri appuntamenti liturgici della settimana e l’impegno scolastico per i bambini rappresentavano i momenti principali di incontro e aggregazione con il resto della comunità di Casarsa. E forse proprio in queste occasioni i ragazzi e soprattutto le donne del Comunale si rendevano conto della diversità e della loro seppur involontaria appartenenza ad un altro ambiente. Quelli che in effetti dovevano rivelarsi momenti di allegria e di unione con gli altri coetanei, in occasione di balli, feste o anche solo durante le quotidiane mansioni che li portavano in paese, si rivelavano in realtà nella loro tristezza e consapevolezza dell’essere diversi; le derisioni e il sentirsi appellare come “ciasalòs” o “bovàrs cu li dàlminis” deve aver provocato nella sensibilità d’animo di questi ragazzi sentimenti di esclusione, di disagio e solitudine. Dopotutto l’abito, le scarpe, il comportamento e il modo d’agire non riuscivano a celare a lungo la genuinità e la semplicità di gente che viveva in completa sintonia con i ritmi della natura e delle stagioni, e questo divario accentuato che si creava tra i due mondi era perlopiù prodotto dalla grande convinzione e presunta superiorità dei “cittadini”. Ma l’importante era sentirsi di nuovo a casa, al sicuro da malignità e commenti, appena varcato l’ampio arco che collegava il cortile al mondo, l’importante era sentire nuovamente il calore di quella numerosa famiglia che avrebbe di sicuro fornito il conforto necessario e ridato la certezza di appartenere a qualcosa di grandioso ed esclusivo. E le conferme arrivavano da due delle figure più conosciute e prestigiose del paese. A volte infatti anche le persone del Comunale, forti e sane, abituate sin dall’infanzia alle intemperie e temprati con gli anni dal lavoro, potevano aver bisogno delle cure mediche e cosi il dottore si recava in questo luogo per una visita che puntualmente si concludeva con un commento di questo tipo “A è cussi net uchi e a’l è un prufùn cussi bon di lissiva c’a è fin peciàt zi fòu da chisti stànsis!” Senz’altro era questa una delle più grandi soddisfazioni per le donne e le ragazze quotidianamente impegnate nella metodica ed accurata pulizia della casa. E come dimenticare la meraviglia negli occhi del parroco giunto fin qui a piedi per la benedizione, trovandosi di fronte ad una strada cosparsa di petali di rose, con piccoli altari negli angoli della casa, curati e graziosamente abbelliti, ed a finestre e porte ornate di fiori profumati?
Questo era il Comunale.
Adesso non è rimasto nulla di tutta questa vitalità e dell’ allegra frenesia della vita di un tempo. Gli anni, il progresso e il sogno di qualcosa in più hanno progressivamente estinto questi luoghi ed hanno fatto in modo che queste persone si disperdessero in terre lontane o semplicemente si aggregassero all’esistenza del paese. Sono vite trascorse, alcune passate ma permeate da emozioni e ricordi indelebili nelle menti e nei cuori degli uomini e delle donne che hanno avuto il privilegio di vivere un’esperienza unica, che li ha resi protagonisti di un piccolo mondo, ai margini di un altrettanto piccolo paese, e che li ha plasmati secondo le regole della semplicità, dell’orgoglio e dell’impegno. E negli occhi di quella vecchietta, rapiti dal fluire nostalgico e ormai inarrestabile delle memorie passate, una luce e una frase: “Ah, il Comunal! Si podès, prima di murí, a mi plasarès tornà. Ulí i ai vivùt il timp pi bièl da la me vita."
note : La realizzazione di questo articolo è stata possibile grazie alla preziosa collaborazione e alle testimonianze di alcuni uomini e donne vissute al Comunale negli anni descritti. A loro i più sentiti ringraziamenti.

Tratto da : Quaderni Casarsesi - n.6 maggio 2000 Ci.D.I.C.


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