Il 6 aprile 1429 l’abate di Sesto, Federico d’Attimis, era nella sua casa di Portogruaro, assieme a Falcomario di Panigai, al consanguineo Rodolfo d’Attimis, a Daniele detto Vispazul di Porcia e altri della sua corte. Fu lì che ricevette i reverendi Daniele e Zanino, rispettivamente decano del Capitolo e canonico di Concordia. Essi venivano a nome dell’intero Capitolo a presentare una denuncia contro gli uomini di Casarsa, sudditi dell’abate. Nella querela s’accusavano i casarsesi d’essersi riuniti in un’assemblea in cui avevano proibito ad ogni vicino, sotto pena di quaranta soldi, di presentarsi alle convocazioni dei rappresentanti del Capitolo e di pagare una qualsivoglia decima ai medesimi e in cui s’era stabilito che citazioni e richieste di pagamenti potevano essere presentate unicamente ai delegati della comunità, ciò a pregiudizio e danno del Capitolo. Anche il podestà di Casarsa, Candussio, era presente. Invitato a dire la sua, egli affermò che la deliberazione era vera, ma che non recava alcun danno e pregiudizio al Capitolo, non disconoscendo ad esso né diritti, né importi. La faccenda era una sottile questione di diritto: impedendo ai singoli vicini di pagare in proprio le decime, gli uomini di Casarsa cercavano di trasferire la responsabilità (determinazione delle quote e inassolvenze) al comune della villa, e ciò nel tentativo d’ottenere un indiretto riconoscimento giuridico del medesimo sulle questioni tra la loro chiesa, il vescovado e la pieve di San Giovanni. In apparenza cambiava poco, ma nella sostanza i casarsesi stavano mettendo la prima pietra della loro indipendenza religiosa dalla pieve. L’abate, non volendo scontentare i suoi sudditi, si chiamò fuori, dicendosi non competente sulla questione. Il Capitolo, allora, citò il comune di Casarsa nel tribunale del luogotenente, in Udine. Il processo, dopo vari tentativi di mediazione, si aprì l’anno seguente. Il 18 giugno 1430, sulla piazza di Casarsa, sotto la quercia, si convocò un’importante vicinia. Testimoni erano: maestro Zanino lapicida del fu Francesco di Venezia, abitante in Zoppola, Domenico del fu Giovanni di San Vito, Candussio del fu Nicola di Orcenico e Giovanni di Giacomo di Provesano. La vicinia era costituita da: ser Candussio del fu Domenico, decano, Tommaso del fu Brusino podestà, Paolo mugnaio del fu Pietro, Giovanni del fu Venuto Benedetti e Giacomo del fu Antonio, giurati di Casarsa, Daniele di Giacomo Brusini e suo fratello Nicolò, Ermanno del fu Francesco Brusini, Michele Scraboth, Andrea del fu Michele, Marquardo del fu Nicolò Machroni, Stefano Rosso, Venuto di Pietro Cane, Giacomo Usesi, Antonio Rafini, Giacomo Marcuci, Ceschino, Leonardo mugnaio, Daniele Maiani, Gerardo, Giacomo Benedetti, Domenico Getheri, Brunello del fu Nicolò, Antonio di Ailino e Cesco di Michele. Erano tutti i venticinque capifuoco di Casarsa, nessuno assente, e nominarono i loro legali rappresentanti nella vertenza con il Capitolo. Furono eletti: il decano Candussio, Michele del fu Bernardo, Bertolo del fu Giovanni Montico e Paolo Sabrauz, tutti abitanti in Casarsa. Loro principale compito, oltre quello di procuratori, era quello di dimostrare l’antico diritto del proprio comune a sostituirsi ai singoli vicini nei confronti di terzi. Il procedimento durò per ben sei anni senza giungere ad una conclusione definitiva, ma nel maggio del 1436 si trovò il compromesso: il comune di Casarsa riconosceva al Capitolo il diritto di convocare ogni singolo vicino ed esigere da lui la sua parte di quartese e il medesimo Capitolo concedeva al comune, in affitto perpetuo, tale diritto di convocazione ed esenzione. In altre parole, da quel momento, seppure con un inghippo giuridico, nei confronti delle autorità religiose non esisteva più “il fedele casarsese della pieve di San Giovanni”, ma unicamente la comunità di Casarsa che, in tal modo, otteneva il voluto riconoscimento giuridico anche in questioni inerenti la propria chiesa. Da qui alla concessione di poter erigere una parrocchia attorno alla propria e antichissima chiesa, esistente già nel 1182, il passo fu breve. Nel 1444 il comune, impegnandosi a costruire una casa presbiterale e a dotarla di quanto bastava al mantenimento di un proprio sacerdote, ottenne un proprio fonte battesimale e un proprio cimitero, affrancandosi per questo dalla pieve sangiovannese. Nel 1447, con decreto del vescovo di Concordia Battista Legname, i doveri nei confronti della chiesa di San Giovanni furono ridotti a poche onoranze, soprattutto durante la Settimana Santa: era, di fatto, il riconoscimento dell’indipendenza casarsese e l’erezione della parrocchia. Tratto da : Quaderni Casarsesi - n.6 maggio 2000 Ci.D.I.C. |