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 ENOGASTRONOMIA
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in cucina
con Pro Casarsa - i menù proposti dallo
chef Luca
Trevisan
SEZIONE IN MODIFICA - ONLINE 11.12.04
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Per capire pienamente la cultura enogastronomica
del territorio casarsese è necessario ricostruire
un mondo che ormai non c’è più.
La cucina tradizionale è infatti intimamente
legata all’economia e alla cultura contadina che,
dopo il rapido sviluppo industriale, si sono andate
perdendo, e che oggi a fatica sopravvivono nelle abitudini
e soprattutto nei ricordi di quelle famiglie che da
tempi remoti rimangono ancora legate alla vita dei campi.
L'economia casarsese è stata per lunghi secoli
un’economia povera, fondata sul duro lavoro nelle
campagne: seguendo il ritmo delle stagioni, le fatiche
dei contadini offrivano alle tavole ortaggi, cereali,
legumi, prodotti caseari e carne. L'alimentazione era
altrettanto povera, ma nel contempo assai saporita.
Tra i primi predominavano le zuppe a base di legumi
(in particolare i fagioli e i piselli), patate, cereali
poveri (orzo e riso: celebri, in particolare, i “risi
e bisi”), rape, zucca (lo “zuf”),
verze, pasta, e anche latte, spesso condite con cotiche
di suino ed altri grassi animali. Si faceva largo impiego
di brodi animali (a base di pollo e manzo, cui spesso
venivano aggiunti anche gli ossi) e vegetali, con l’impiego
delle verdure coltivate negli orti e nei campi. In casa
veniva prodotta la pasta fresca e gli gnocchi di patata
o di zucca. Ciò che quotidianamente nella tavola
friulana non poteva mancare era, naturalmente, la polenta,
ottenuta con la farina di granoturco. Ad essa si accompagnavano
ottimi formaggi, prodotti nella latteria del paese con
il quotidiano contributo di latte proveniente dalla
mungitura giornaliera; con il formaggio, le cipolle
e, volendo, le patate, si preparava l’ottimo “frico”.
La carne era da considerarsi un lusso, e veniva cucinata
quasi esclusivamente nelle festività: la domenica,
per le feste religiose, in occasione dei matrimoni.
Più che quella di manzo, si consumava la carne
del pollame che animava la vita dei cortili: polli e
galline, anatre ed oche, tacchini e faraone. Ogni famiglia
allevava il maiale, la cui carne, oltre ad essere consumata
fresca, era insaccata da esperti norcini per produrre
scorte alimentari per l'inverno: ecco allora la ricca
serie di prodotti insuperabili quali il “muset”,
le salsicce, il salame, la pancetta, il prosciutto,
"lis frisis". Altra “ricchezza”
del cortile erano le uova, cucinate in vari modi e usate
per le frittate (che potevano essere insaporite con
le cipolle, le patate e il formaggio), e spesso inserite
come ingrediente per preparare altri piatti. La mensa
era talvolta arricchita dalla cacciagione: fagiani,
lepri, quaglie, uccellagione. Il pesce, ovviamente,
era "importato"dalle più vicine località
costiere: al più, si potevano consumare le varietà
ittiche che popolano le locali rogge, in particolare
la trota, e spesso veniva usato quello secco, il baccalà.
Nella preparazione dei piatti, i condimenti più
usati erano di origine animale: burro e lardo in primis.
Il pane, impastato in casa, veniva cotto nei forni del
paese, ed era presente a tavola solo occasionalmente.
La verdura era consumata in grande quantità;
l’alternarsi delle stagioni offriva diverse varietà
di ortaggi, quasi sempre freschi: per la loro tipicità
acquistano un rilievo particolare la “brovada”
e il radicchio condito con aceto e "frisis".
Discreto il consumo della frutta: uva, mele, pere, ciliegie,
e talvolta pesche e albicocche, senza trascurare quei
prodotti oggi quasi introvabili: cachi, amarene, sorbi,
nespole, melegrane, carrube, ecc.
I dolci erano poveri come i piatti principali: si preparavano
anch'essi in occasioni speciali, con l’utilizzo
di ingredienti di stagione: con le zucche si facevano
il “pan zal” e la "pinza" prodotta
per l'Epifania; il Carnevale si circondava di crostoli
e frittelle; la Pasqua portava le fragranti focacce. |
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