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Titolo: Il restauro della Madonna di Jacopo D'Andrea
Data: 22/04/2005 Autore: Isabella.Reale [cidic]
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Il restauro della Madonna di Jacopo D'Andrea
CASARSA - CHIESA DI S. CROCE (dalla chiesa del S.S. Rosario)
Dipinto raffigurante Madonna col Bambino
Jacopo D'Andrea (Rauscedo 1819 - Venezia 1906) Bene pubblico chiesa.
Periodo del restauro: 1984-'85 Soprintendente al restauro: Gino Pavan Direttore dei lavori: Paolo Casadio Restauratore: Catia Michielan
Il richiamo alla grande tradizione dei maestri veneziani del Cinquecento che caratterizza in epoca romantica l'ambiente pittorico legato all'Accademia di Belle Arti di Venezia, traspare in questo dipinto dove figure e paesaggio convivono immersi in un'atmosfera tonale di suggestione elegiaca. Tale iconografia ha infatti i suoi diretti antecedenti nelle Madonne di Giovanni Bellini e di Giorgione, e in particolare nella elaborazione fattane da Tiziano, artista che fu oggetto di un vero e proprio culto a Venezia massimamente nel periodo in cui D'Andrea si formò all'Accademia, cioè verso la metà dell'Ottocento.
L'ampio panneggio conferisce imponenza monumentale alla Madonna, compositivamente ben equilibrata nella distribuzione delle masse coloristiche, dove l'intensa luminosità dell'incarnato risulta esaltata dall'acceso cromatismo delle vesti e dallo sfondo paesaggistico crepuscolare. Anche la tecnica a velature qualifica in senso di attardato e ligio accademismo neocinquecentesco questa pala d'altare, il cui fulcro compositivo è il viso della Madonna, morbidamente e sapientemente sfumato. Meno felice è ìl trattamento della massa arborea e la risoluzione della spazíalità paesaggîstíca, ma sappìamo che la fama del D'Andrea è legata ai quadri di figura, al ritratto e alla pittura di storia, nonché alla sua abilità di copista dei grandi maestri della scuola veneziana.
Ripercorrendo brevemente le principali tappe della sua attività - ìn vero ancora poco indagata, nonostante non fosse sfuggita all'attenzione di Nino Barbantini nella storica mostra del 1923 a Ca' Pesaro, dedicata al Ritratto Veneziano dell'Ottocento - ricordiamo che D'Andrea fu allievo dell'Accademia e che risultò vincitore nel 1847 del concorso per 1' alunnato a Roma. Vide accolti i suoi dipinti di soggetto storico e biblíco a varie esposizioni accademiche, e fin dal 1853 partecipò anche alle Esposizioni Provinciali dì Udine, destando crescente ammirazione nei conterranei tanto da venire annoverato tra le glorie locali accanto a Polìti, Grigoletti, Giuseppini, ecc.
Nel 1856 espose all'Accademia dì Venezia il dipinto che gli diede la notorietà, G. Bellini e A. Diìrer festeggiati dagli artisti veneziani, commissionato da Francesca Giuseppe 1, imperatore d'Austria, per la galleria degli artisti moderni al Belvedere di Vienna, e in seguito (1859) collocato invece al Palazzo Reale di Venezia. Da tale dipinto fu tratta un'incisione pubblicata nelle Gemme d'Arti italiane, e illustrata da Pietro Selvatico. Com'era allora di moda, l'opera è costruita con un originale assemblaggio dì citazioni da capolavori del Cinquecento veneto, secondo un orientamento stilistico che caratterizza quindi - come nella pala di Casarsa - gran parte della sua produzione. Grazie a tale profonda conoscenza della tradizione pittorica veneziana, sempre su commissione del governo austriaco, nel 1863 si recò al Louvre per copiare Gìove che ,fólgora i Vizi del Veronese, il dipinto asportato dai napoleonici, già nel soffitto della Sala del Consiglio in Palazzo Ducale a Venezia, tutt'oggi sostituito in loco dalla copia del D'Andrea.
Tra le opere dell'artista che ancora si conservano in Friuli, accanto a quelle commissionate dai Conti di Spilímbergo, questa di Casarsa è annoverata dalla letteratura artistica tra le principali, ed è ricordata da Mosè Saccomani presente nella Chiesa Figliale già nel 1878, data che segna quindi il termine ante quem per la sua datazìane.
(Isabella Reale)
Il dipinto si presentava in precarie condizioni di conservazione: risultava inadeguato il telaio fisso (ormai fatiscente) che, non avendo potuto evitare il generale allentamento della tela, aveva determinato una serie di deformazioni del supporto. Lungo il bordo interno del telaio si notano infatti pericolosi sollevamenti dello strato preparatorio dal supporto.
Si è potuto riscontrare, dopo una attenta analisi dell'opera, che essa aveva già subìto due interventi di restauro: durante il primo si era proceduto ad una energica pulitura che aveva provocato gravi abrasioni al carnato del Bimbo, al manto azzurro della Madonna, alla vegetazione dipinta nel fondale oltre che a tutta la zona inferiore del quadro. Il secondo intervento era stato effettuato - invece - per porre rimedio ai danni provocati da bruciature di candele. Il danno più esteso (in alto, a sinistra) venne riparato con l'inserto di un brano di tela sul retro successivamente stuccato e integrato con colori ad olio.
In seguito ai danni provocati dalla pulitura eseguita col primo intervento sono state eseguite ridipinture sulla vegetazione alle spalle della Madonna, nel paesaggio a destra oltre che nel manto rosso della Vergine e sul carnato del Bimbo. Si è anche constatato che il dipinto era stato reso uniforme con la stesura di una vernice addizionata probabilmente con fuliggine in modo da alterare le parti ridipinte (assai estese specialmente nella parte inferiore dell'opera).
Dopo aver provveduto al fissaggio della parte inferiore delle zone di colore sollevate mediante l'uso di un adesivo organico quale la colla lapin (e successiva stiratura delle zone fissate con termocauterio) si è passati alla fase di pulitura della superficie pittorica mediante ammoniaca diluita in acqua in percentuali diverse per rimuovere i depositi di sporco e i residui grassi presenti sulla superficie). Successivamente è stata rimossa la vernice e i ritocchi ad olio sopra descritti mediante applicazione di sospensione solvente (Decaparzt) e uso di dijnetilformamide.
L'operazione di pulitura ha permesso di porre in luce tracce della vernice originale parzialmente ossidata. La foderatura è stata eseguita secondo il metodo tradizionale a colla di pasta al fine di assicurare alla superficie dipinta un supporto adeguatamente consistente. La tela è stata poi montata su un nuovo telaio mobile realizzato in legno di larice.
Dopo la stuccatura delle lacune con impasto di gesso e colla lapin si è proceduto alla loro integrazione con velature ad acquarello terminate con colori a vernice. L'applicazione di un velo protettivo di un miscela di vernici "a retoueher" e Matt in proporzione 1:1 ha concluso l'intervento.
(Angelo Pizzolongo, restauratore)
Bibliografia:
Saccomani M. (1878, p. 24) - Luchini L. (1968) - Forniz A. (1969, I1 travaglio.,., pp. 290-291) - Forniz A. (1971, pp. 65-67). (Tratto da «La conservazione dei beni storico-artistici dopo il terremoto del Friuli 1982-1985»). Relazioni - 5 - a cura della Soprintendenza per i B.B.A.A.A.S. del Friuli-Venezia Giulia. Collana diretta da Gino Pavan. Catalogo dei restauri eseguiti dalla Soprintendenza. Editoriale Libraria Trieste 1986.

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