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Titolo: NEL '46! soria di un inedito teatrale pasoliniano
Data: 22/03/2004 Autore: tiziana.spessotto [cidic]
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NEL '46! soria di un inedito teatrale pasoliniano
Sono trascorsi ormai più di tre anni da quando, nel novembre del 1996, il mio relatore, il prof. Antonio Attisani, mi propose la lettura di un testo teatrale inedito di Pier Paolo Pasolini. Un privilegio che si trasformò non solo nell’insperata possibilità di contribuire a una migliore comprensione e, forse, divulgazione di questo testo rinnegato, in apparenza da Pier Paolo Pasolini nonché autenticamente maltrattato da tanti, critici e non, che ne avevano colto solamente gli aspetti più vistosi, ma soprattutto mi diede l’opportunità di venire a contatto con l’universo pasoliniano, di far mia la “passione eretica” di uno dei più grandi poeti intellettuali del nostro tempo.
Per apprezzare completamente Nel ‘46! - un copione, questo, che può considerarsi summa e matrice di tutte le tematiche, così come dello stesso modo di procedere pasoliniano - è indispensabile rapportarlo costantemente alle tappe più significative della biografia pasoliniana, in primis la formazione casarsese, fatta di studio e insegnamento, di amore per l’esclusiva lingua materna, di bagni nel Tagliamento, di partite di calcio, di recite amatoriali e di altri mille momenti di quotidianità mai banale o scontata, poiché è questo che Pasolini narrerà per il resto dei suoi giorni, ed è questo che genera e vivifica Nel ‘46!, particolare attenzione meritano inoltre alcuni nuclei fondanti l’universo artistico ed esistenziale dell’autore, quali la composita formazione di ascendenza simbolista e la passione pedagogica, all’interno del quale l’attività drammaturgica si configura non come una delle molteplici conseguenze dell’eclettismo sperimentalistico, che motivò Pasolini a tentare tutti i generi, ma lo sbocco naturale di tendenze specifiche già insite nella sua produzione poetica. Nel ‘46! nasce nella seconda metà degli anni Quaranta, intitolato originariamente Il Cappellano. La vicenda, sviluppata in tre atti, è scritta in italiano, narra di Don Paolo - un giovane cappellano insegnante di latino - , il quale, dopo breve dialogo con il suo alunno Eligio, si addormenta su un divano nella sala dei professori. Nel sonno immagina di sedurre Lina, sorella di Eligio e sua alunna anch’essa, e di uccidere Eligio presente al fatto. Il senso di colpa, derivante dalla consapevolezza di avere doppiamente peccato, non solo contro Dio ma anche contro la Legge, si concretizza in una galleria di personaggi appartenenti sia al potere ecclesiastico sia a quello civile.
Dapprima, in quanto seduttore della sua allieva, viene interrogato da un Preside travestito da Parroco, poi, a causa dell’omicidio di Eligio, viene minacciato dal Capo della Polizia, infine un Dottore gli diagnostica una malattia incurabile. La catena di persecuzioni raggiunge il suo acme in una sorta di Giudizio Universale, in cui il Cardinale Ruffo, nelle vesti di Giudice Bizantino, dopo averlo condannato alla dannazione eterna, lo fa seppellire vivo alla presenza di sua madre. A questo punto Don Paolo si risveglia e, ancora turbato dal sogno, esce per andare alla funzione serale. La storia ruota esclusivamente attorno a Don Paolo - chiarissima proiezione di Pasolini - poiché ogni evento rappresentato è un evento della sua coscienza: la fascinazione erotica per i fratelli Eligio e Lina, la visita delle autorità, la sua vita onirica, in una sorta di sintesi dei fili conduttori di tutta l’opera pasoliniana. La centralità dell’Io e la dimensione intimistica del vissuto sembra porre questo dramma in netta antitesi al teatro civile e pedagogico degli spettacoli in dialetto, Pasolini benché convinto “della teatralità del dramma”, la lascia riposare nel cassetto per quali dieci anni. Gli anni Cinquanta portano un notevole mutamento nella condizione esistenziale del poeta, il quale dopo lo scandalo di Ramuscello conseguente all’accusa di corruzione di minori, abbandona definitivamente il Friuli e si trasferisce nella capitale. La brusca rottura con il mondo friulano, e con tutto ciò che quella vita significava, costringono Pasolini, se così si può dire, a maturare non soltanto la consapevolezza che la propria diversità non limitata alla sfera sessuale - sarà sempre “pietra d’inciampo” per i conformisti, ma anche il bisogno di incidere sulla società, di redimerla con la propria opera intellettuale. Tra il 1950 e il 1958 Pasolini rielabora Il Cappellano che, man mano, intitola Venti secoli di gioia, La fine della Chiesa, Un’idea accecante e Storia interiore. Il continuo cambiamento dei titoli palesa la necessità di superare l’”atmosfera” originaria dell’opera. Storia interiore vuole essere, dunque, il portato della nuova rotta intrapresa dal poeta, che non poteva più, ormai, giustificare lo sfogo esclusivamente personale de Il Cappellano. L’ennesimo rimaneggiamento di questo copione, divenuto così complessa testimonianza dell’evoluzione interiore del suo autore, fu quasi imposto a Pasolini da Sergio Graziani, regista e fondatore della Compagnia dei Non, il quale letteralmente corteggiò Pier Paolo per più di un mese, finché quest’ultimo si arrese all’idea di rivedere e rappresentare (la sera del 31 maggio 1965 al Teatro dei Satiri di Roma) il copione di Storia interiore, infine intitolato Nel ‘46!. Pasolini qui innesta, su una trama sostanzialmente identica a quella iniziale, alcuni fondamentali cambiamenti, tra cui la sostituzione di Don Paolo con Giovanni - che comunque incarna un insegnante di latino - , l’inserimento della figura della Madre, l’aggiunta di un quarto atto e con l’indicazione dell’uso del microfono per le voci esterne. Il copione trova nel dispositivo del “sogno nel sogno” - in una sorta di seduta psicoanalitica, a tratti sconfinante nell’ipnosi - , l’espressione più felice poiché, infatti, legittima l’impiego di una tecnica rappresentativa non realistica, che permette a Pasolini di “contaminare” il presente immediato con un remotissimo passato. I personaggi sono raggruppati in due schieramenti - quello dell’Eros e quello della Coscienza - al cui centro giganteggia l’Io del protagonista in veste di mediatore di queste istanze, le quali non comunicano mai tra loro, e esclusione di un unico dialogo nel terzo atto. Questa simbiosi di polarità contrastanti è alla genesi di Nel ‘46!, testo il cui tema dichiarato - “i primi barlumi di coscienza democratica in una persona repressa dal Cattolicesimo” - palesa la consapevolezza da parte dell’autore dell’esistenza in lui di queste due istanze, che, a livello strutturale, determinano l’opposizione di “Canto” e “Discorso”, della lingua della Madre contro la lingua del Padre. Questi due piani del linguaggio, perfettamente aderenti alle vicissitudini interiori di Pasolini, convivono nella prosa di Nel ‘46! nel contrasto tra i dialoghi sotto forma di interrogatorio poliziesco (lingua del Padre), tramite cui il protagonista Giovanni comunica con i rappresentanti della Coscienza, e quelli con Lina, Eligio e la madre, esemplarmente culminanti nel magnifico duetto da melodramma finale. Eros e Coscienza, con i loro rispettivi linguaggi, sono, infatti, i due contrari di un unicum che è Giovanni, per cui il testo si configura come una ininterrotta sineciosi, dalla quale affiora la tecnica del pastiche. Nel ‘46! è la prima opera pasoliniana in cui emerge chiaramente la convinzione che la libertà risieda nell’unico spazio linguistico che il Potere non può distruggere, coincidente con la lingua della Madre, la lingua dell’arte perchè sicuro che esclusivamente questa lingua sarà l’imperitura “testimone” del “sussulto democratico” della sua coscienza, in un mondo, quello della “Ragione” che “le sta cadendo intorno, in rovina...”. In Nel ‘46! il canto della Madre diviene il canto di libertà, perchè la lingua del Padre, la lingua razionale, scientifica non è in grado di opporsi all’evoluzione stessa di questa lingua verso il dominio della tecnica, ma, anzi, da questa è manipolata. In altre parole, il mondo della ragione (i personaggi della Coscienza) fanno propri i mezzi offerti dalla tecnica e li sfruttano per uccidere il Poeta (Giovanni), ma egli, conscio dell’inevitabilità della morte, lascia alla Poesia, all’Arte (la Madre) l’incarico di testimoniare attraverso i secoli la propria consapevolezza umana e artistica, nonché grandezza. Nel ‘46! non è piaciuto agli addetti ai lavori, forse, perché non si è compreso, o si è temuto di comprendere veramente, il senso profondo dell’eresia pasoliniana - di cui questo testo è un emblema significativo - , la quale altro non è che l’inevitabile conseguenza del suo essere ‘non organico’ alla cultura del testo e del giudizio, nella consapevolezza che, pur non potendosi distaccare dagli archetipi della nostra cultura madre, si deve comunque lottare per la ricerca della verità.
Tratto da : Quaderni Casarsesi n.6 - Ci.D.I.C.

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